mercoledì 8 febbraio 2017

Michele: "Ho resistito finché ho potuto". Non c'é altro da aggiungere


“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte. Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene.


Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità. Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. 


Non la posso riconoscere come mia.Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile. A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. 


È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive. Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.


Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare. Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. 


Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. 


Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie. Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. 

Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. 


Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino. 


Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.


P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto”.

giovedì 3 novembre 2016

In bici senza sella. Sole Cuore Amore. 7 minuti: La precarietà in 3 film.

Pedalare senza potersi sedere. Continuare ad andare avanti verso il futuro incerto e non poter contare su alcuna comodità materiale, morale,  mentale. Essere precari è una fatica quotidiana. Cercare lavoro diventa un impegno  estenuante senza orizzonte né fine per i trentenni, i quarantenni, i cinquantenni che abitano la contemporaneità italiana.
E la precarietà narrata con tinte  iperrealiste e grottesche arriva oggi al cinema con il film ad episodi "In bici senza sella" nato da un'idea di Alessandro Giuggioli che ha messo insieme 7 registi esordienti: Francesco Dafano, Chiara De Marchis, Matteo Giancaspro, Cristian Iezzi, Gianluca Mangiasciutti, Giovanni Battista Origo, Sole Tonnini. I toni narrativi sono quelli della commedia all'italiana capace di raccontare, far riflettere, far sorridere.
                                                                   
Un riso amaro alimentato dalla consapevolezza che il vivere senza certezze è una condizione trasversale che colpisce ed attraversa tutte le generazioni e tutti i ceti sociali. 
Il lavoro, realizzato in pieno stile precario cioè a costi ridotti e con un'azione di crowfunding,  è stato molto ben accolto alla Festa del Cinema di Roma ed è stato presentato anche alla Sapienza - facoltà di Economia, aula magna Ezio Tarantelli; luogo fortemente simbolico intitolato all'economista ucciso dalle Brigate Rosse nel 1985,  per aver teorizzato e proposto misure per la difesa del salario dei lavoratori.

"Una proiezione che è stata un grande successo - racconta Sole Tonnini - regista e autrice  degli episodi  "I precari della notte" (realizzato insieme a Gianluca Mangiasciutti)  e "Il posto fisso"che chiude il film - proiezione è proprio la parola giusta: 1200 studenti si sono visti proiettati nel futuro che li attende alla fine degli studi, si sono divertiti molto ma hanno anche condiviso molte riflessioni". Proprio in quell'aula che ha visto l'elaborazione e lo studio di tante politiche economiche italiane.

Lo dice bene  Giovanni Battista Origo che apre il lavoro con "Il Santo Graal": "La precarietà si sta abbattendo anche sui giovani della middle class,  un tempo al riparo, ce ne stiamo accorgendo ora ma è da anni che la trasformazione dell'accesso al lavoro sta lavorando sottotraccia nella società italiana, creando disagio e sofferenza. Raccontarla contribuisce a farla diventare sofferenza condivisa".

Sofferenza privata delle persone che sta nella carne e trasforma in peggio prima i giorni e poi gli anni: il cinema la racconta e accade  in questi giorni non solo con quest'opera ma anche con "Sole, Cuore Amore" di Daniele Vicari e con "7 minuti" firmato da Michele Placido.
Sono storie di uomini e donne che sull'altare del lavoro spezzato vedono frantumarsi esistenze e speranze. La macchina da presa scruta, cattura e narra; gli economisti elaborano i modelli; i sociologi osservano e studiano gli umani adattamenti alle trasformazioni. 

Ai decisori politici starebbe la responsabilità di intervenire, correggere le ingiustizie, governare il cambiamento perché tutti possano essere padroni e non vittime del futuro.



giovedì 22 settembre 2016

#vorreimanonparto. Serve lavoro stabile, riconosciuto, dignitoso

La Ministra della Salute Lorenzin, per il Fertility Day fa ancora autogoal  con una brochure sbagliata, usando immagini razziste (acquistate e non pensate ad hoc) lontanissime dalla nostra realtà.
La Stampa riporta con questo speciale  http://www.lastampa.it/italia/speciali/fertility-day la discussione al qui ed ora e lancia #vorreimanparto.
Con una puntuale informazione su: donne che hanno figli, come fanno a star in equilibrio tra lavoro di riproduzione e di cura,  quelle che non li fanno, perché non li fanno e lancia #Vorreimanonparto chiedendo ai lettori di partecipare alla discussione raccontando cosa serve davvero alle famiglie.

Alle famiglie serve lavoro stabile, riconosciuto, dignitoso.

Le Vorreimanonparto hanno poco più o poco meno di trent'anni. Vivono in un Paese che non solo non progetta e offre servizi per le giovani mamme, ma non dà  opportunità lavorative dignitose. L'autonomia non la puoi costruire se non hai certezza di un contratto, certezza del rinnovo del contratto, retribuzione congrua a quello che sai fare e che hai studiato, pagamento in un tempo definito.
L'indipendenza non la puoi costruire se non puoi lasciare la casa dei tuoi genitori.

Le precarie che oggi hanno  poco più o poco meno di 50 anni, cresciute e formate in una società che si basava sull'idea del posto fisso, uno per tutta la vita e con la scadenza del 27 del mese a segnare l'arrivo dello stipendio i figli li hanno fatti contando sui nonni. Risparmi, casa di proprietà dove vivere insieme, pensioni.
Scoprire, capire, metabolizzare che il posto fisso non c'era e mai più ci sarebbe stato è stato il lavoro più difficile. 

Ma almeno hanno chiuso gli occhi e nell'incoscienza di un domani migliore i figli che hanno desiderato li hanno messi al mondo. Ed ora che sono adolescenti si tratta di attrezzare loro e questo mondo a non essere un'altra generazione vittima del  #vorreimanonparto.

giovedì 1 settembre 2016

Fertilityday. Una pensata senza rispetto

Una campagna per invitare le donne e mettere al mondo figli? In questo mondo di incertezza e precarietà lavorativa? Di  contratti a scadenza, di lettere di dimissioni firmate ai colloqui in cui ci si impegna a lasciare il posto in caso di gravidanza; in questo paese di nonni che sostituiscono gratuitamente baby sitter, asili, accompagnamento a  scuola e sport, catechismo, feste di compleanno....

Ma davvero qualcuno, un gruppo di menti pensanti ha potuto immaginare, disegnare, creare claim e slogan per lanciare una campagna con una data,  un giorno in cui ricordarsi di procreare?

Ma davvero? Davvero?  Questa campagna, non è surreale e ridicola.

E' offensiva. Offensiva per le donne: quelle che hanno lottato per autodeterminarsi, rivendicando il diritto di scegliere se, quando, come e con chi mettere al mondo un figlio.

Offensiva per le donne che oggi lottano per tenere insieme desiderio di autonomia lavorativa (sempre più precaria); desiderio di famiglia sempre più rischioso perché se non hai la certezza di un lavoro rispettoso di quel che fai e di quel che sai non è che ai figli basta intonarci la canzoncina della ninna nanna se torni a casa e ti sobbarchi un'altra giornata di lavoro casalingo e non puoi permetterti una persona che se ne occupa al tuo posto.

Troppo facile portare a paragone la vita di una ministra, quindi non lo farò.

Intanto il sito della campagna è stato chiuso. Non è rimasto che il logo.
Nelle prossime ore partiranno distinguo e spiegazioni. Da una Ministra della Repubblica che non sa nulla dell'essere donna e madre in questo Paese.
Serve lavoro rispettato, servizi rispettosi, classe dirigente rispettabile, capace di leggere e governare i cambiamenti con rispetto.

domenica 21 agosto 2016

Spostarsi senza svenarsi: gli autobus low cost collegano l'Italia della precarietà

La prima sensazione è quella della gita scolastica del liceo: autobus gran turismo, quell'inconfondibile odore di nuovo e di viaggio; l'indecisione nello scegliere il posto con l'ultima fila che allora prometteva il divertimento più riparato dalle orecchie professori e oggi permette di far allungare le gambe con più comodità.
L'accesso al wifi gratuito e la presa al posto per tenere in carica il telefono portatile ti proietta immediatamente nel  tempo presente.

Da qualche mese l'Italia si attraversa in pullmann a basso prezzo. Da Nord a Sud, da Sud a Nord precari della scuola, della manodopera, dell'edilizia si spostano così per non svenarsi. Quanto prima prenoti meno paghi, si trovano tratte Napoli-Firenze a 1 euro o Lombardia Calabria per 20.
Il lavoro non è continuo e per economizzare e non spendere tutto in alloggio, cibo e spostamenti, per muoversi si affrontano viaggi che ricordano il mood degli anni della scuola.

Un modo per ricollegarsi: paesi d'origine e luoghi di lavoro; amici, fratelli, padri e figli; mogli e mariti. Famiglie. Quel che ne resta e non si arrende.

A bordo ci sono i pensionati; nonne soprattutto che si spostano per far da baby sitter ai nipoti cosicché gli stipendi dei genitori non si polverizzino nel piacere di crescere i figli che è diventato un lusso.

E tanti ragazzi: si muovono per studio e per vacanza e sono gli unici che guardano scorrere il nastro d'asfalto con il diritto di un po' di speranza nel futuro. Solo un po' però. Sono nati precari e lo sanno.





domenica 31 luglio 2016

Piccole storie che fanno la storia, un'italiana in Belgio

23  giugno   1946  Accordo Italia-Belgio per l'invio di lavoratori italiani in cambio di carbone a buon prezzo
8    agosto   1956  Tragedia della miniera di Marcinelle; muoiono 262 minatori, 136 italiani.

http://www.lastampa.it/2016/08/01/medialab/webdocauto/le-vedove-bambine-di-marcinelle-B5RZTJbXBRMh3ROTYiDqZO/pagina.html

18  agosto   1966  Sono nata io a Leut, regione del Limburgo mio padre Alfredo faceva il minatore nella                                    Mina di Eisden.

Cinquanta anni sono una cifra così tonda, ma così tonda che richiede di guardare avanti, a partire dalle radici. Le mie con i ricordi  d'infanzia sono la Mina, i turni di notte di mio padre a 1000 metri di profondità, quel senso di pericolo che accompagnava la dignità di un lavoro che teneva insieme comunità meticce: italiani d'ogni parte della penisola, marocchini, spagnoli in un Paese ricco di carbone e povero di manodopera.

In seguito all'accordo del '46 partirono dall'Italia a migliaia. Erano braccianti, contadini, operai in cerca di un futuro migliore.
Ne '56 nella zona mineraria francese nell'impianto nelle  viscere di Marcinelle un incendio restituì solo 8 superstiti.
La storia dei minatori è la storia di un pezzo d'Italia, un mostra a Trento la ferma e la ricorda fino al 25 settembre:  Sottoterra  Museo  Le Gallerie-Piedicastello.

E' un pezzo della mia storia.

venerdì 22 luglio 2016

Numeri e storie

Su cento poveri 8 hanno tra i 45 e i 54 anni, vivono in aree metropolitane; il dato è più acuto in particolare nelle famiglie che hanno un componente in cerca di lavoro. 
Rapporto Istat luglio 2016. 
Un'intera generazione cui hanno rubato il futuro.
Per chi ha passione per le cifre e le statistiche 

Dietro i numeri tante famiglie, storie, persone vita vera. Vite che gli è cambiato il mondo intorno e gli è franato il terreno sotto i piedi. In un eterno, irrisolto non più e non ancora.